"Chi non si muove, non può rendersi conto delle proprie catene". Rosa Luxemburg
Non chiamiamolo (solo) “orgoglio” omosessuale
Non ci sono
più campanelli
sul cappello
del "giullare"?
Non può
neanche ironizzare
sulla sua
posizione inferiore
chinandosi
esageratamente
di fronte al
Signore?
1994
So che probabilmente è un pensiero banale e sicuramente è una
frase irritante, anche perché spesso abbiamo sentito questa asserzione da
persone che non amano molto il movimento lesbico, gay e BTQI, non conoscono i
moti di stonewall e tendono a non capire il perché le persone omosessuali
chiedono diritti.
Ma da “Giullare”, da buffona di corte, voglio porre
l’attenzione e una riflessione tra noi, su come questa dicitura sia dannosa,
pericolosa e anche un po’ superficiale per indicare quanto si vorrebbe.
Il termine “pride” inteso come “sentimento opposto alla
vergogna”- in Italiano tradotto come “orgoglio”- ha in sé un insidia profonda
che ci portiamo (inconsapevolmente?) appresso e che rischia di creare una
realtà - o peggio una profezia- che si autodetermina.
Inutile nasconderci (dopo esser uscite fuori dall’armadio)
che il termine orgoglio in Italiano
ha un’ accezione tutt’altro che positiva. Avete mai fatto un complimento
dicendo “tu sì che sei una persona orgogliosa!”?. Vi siete mai definite orgogliose con orgoglio? O piuttosto l’avete usata per
giustificare un azione mancata? “non posso farlo … non posso perdonare … non
posso chiedere scusa … sono orgogliosa!”?
L’orgoglio è un sentimento personale e ambivalente. Non è semplicemente
avere una buona stima di sé, ma un
eccesso di stima in sé. Non è usato, come dovrebbe, per indicare un
sentimento proprio per il risultato positivo di un’azione compiuta da sé, ma spesso
indica uno sconfinamento, un movimento simbiotico, in cui sono “orgogliosa” per
qualcosa che neanche ho fatto io: “sono orgogliosa di te” e anche il suo
contrario “non sono orgogliosa di te”.
Siamo talmente pigri nelle traduzioni dall’inglese che continuiamo
a intrappolarci da sole. Un po’ come “omofobia” per designare chi discrimina le
persone omosessuali. ( Lo sapete, vero, che la fobia spiega una minima parte
delle azioni discriminatorie e pregiudizievoli che si mettono in atto contro le
lesbiche?)
E se fosse per questo nostro ripeterci “dobbiamo essere
orgogliose di ciò che siamo” che poi ci dimentichiamo che l’orgoglio contiene
in sé l’incapacità di ricevere affronti e umiliazioni in modo costruttivo, un esagerato
sentimento della propria dignità, dei propri meriti, della propria posizione o
condizione sociale, e finisce per farci considerare superiori agli altri?
E se fosse questo nostro ribadire “sono orgogliosa” ,
“marciamo con orgoglio”, a non permetterci di dialogare con efficacia ? Ho
quasi il sospetto che alla base delle fratture del movimento LGBTI - scissioni e
incapacità a volte di mediare - ci sia anche
questa fierezza che in “fiere” ci
trasforma. E identificarsi con questo sentimento non è che ci impedisce spesso
di fare un passetto indietro, nonostante si sappia bene che un passo in avanti
ci porterà dritte nel burrone?
Siamo nate in un contesto di matrice cattolica, che ha
spazzato via e si è appropriato della cultura greca e latina, che, per esempio,
ha trasformato i vizi capitali in peccati
capitali. Capite come cambia il significato se intendo la superbia
(orgoglio) come vizio (cioè il contrario di virtù), piuttosto che considerarla un “peccato”? Dov’è
la tanto auspicata assunzione di responsabilità di essere ciò che siamo? Di
divenire ciò che vorremmo? Di rispondere delle nostre azioni di fronte agli
altri senza rimandare le risposte all’aldilà (a dio)? Senza appellarci alla colpa
di un difetto ma proponendoci di migliorare la nostra persona?
Con tanta facilità introiettiamo dalla primissima infanzia questa
matrice cattolica, ma con estrema fatica la riconosciamo, oppure ci caschiamo
sempre, buttando “il bambino insieme all’acqua sporca”.
E quanto diventiamo orgogliose se ci dicono che l’orgoglio è un
vizio o ancor peggio un peccato? E che facciamo? ci aggrappiamo a
quell’aggettivo e lo facciamo diventare bandiera.
Ma non siamo in Inghilterra, nè negli USA : in Italiano
l’orgoglio è sinonimo di superbia. Inutile nasconderci dietro una parolina
inglese e la sua cattiva traduzione. L’orgoglio è l’arroganza, l’incapacità di
mettersi in discussione perché si è convinti di saper tutto e di fare meglio
degli altri, fino a sentirsi superiori (oltretutto non essendo superiori...)
Propongo di iniziare a provare ad inaugurare una nuova
stagione che ci veda più mature e adulte, sia come singole che come movimento.
Molte colleghe giullari (e anche psicologhe e psicologi) sottolineano
come nel processo di costruzione della propria identità omosessuale si
attraversi un processo che prevede delle fasi. Sintetizzando Cass per esempio
abbiamo queste tappe:
1)
Confusione di identità: l’individuo si domanda
“sono omosessuale?”
2)
Confronto di identità: l’individuo inizia a
confrontare lo status etero con quello omosex e spesso soffre venendo a galla
la strutturazione della società come omofoba e la sua omofobia interiorizzata
3)
Tolleranza dell’identità: l’individuo si pone
nei termini “io probabilmente sono omosex” inizia a tollerarsi ma non si
accetta totalmente
4)
Accettazione dell’identità: l’individuo si accetta
e inizia a frequentare contesti di appartenenza
5)
Orgoglio per l’identità: “la persona scopre che
può gestire l’incongruenza tra autoaccettazione e rifiuto della società
rivalutando l’omosessualità come più positiva dell’eterosessualità” (Montano, p
62)
6)
Sintesi dell’identità: l’individuo è capace di
coniugare l’identità omosessuale con tutti gli altri aspetti del Sé. Si cerca
confronto e la rabbia diviene dialogo con gli altri.
Non mi dilungo e spero sia facilmente intuibile dove ho il
timore che il movimento, e molte di noi, siano rimaste incastrate: nella fase dell’orgoglio, anche avendo
superato una veneranda età.
E sono, siamo, rimaste bloccate in quella fase non tanto con l’esterno, con cui ci prodighiamo nel dialogo, ma proprio all’interno del movimento….
E sono, siamo, rimaste bloccate in quella fase non tanto con l’esterno, con cui ci prodighiamo nel dialogo, ma proprio all’interno del movimento….
“Io sono contenta di essere lesbica, non mi vergogno di
esserlo e sono , Orgo…” no ragazze,
cambiamo termine … io propongo : “Sono Coraggiosa”!
E Voi che ne pensate? Che altri aggettivi qualificativi
potremmo usare in modo da mettere da parte quell’orgoglio che ci sta
massacrando più o meno inconsapevolmente?
Propongo di inaugurare “La giornata del Coraggio” anziché dell’orgoglio.
Perché diciamocelo, ci vuole molto coraggio a viversi per
quello che si è, per continuare a rivendicare diritti e doveri, il giusto
riconoscimento dei nostri amori e relazioni, e soprattutto per continuare a
mettersi in discussione abbandonando l’orgoglio ma cercando una sintesi,
un’integrazione partendo dall’interno del movimento.
Ci vuole coraggio per ammettere i propri errori e imparare
così dagli stessi…
Qualcuna potrebbe obiettarmi che ci vuole soprattutto intelligenza e potrebbe proporre la
“giornata dell’intelligenza omosessuale” … è chi forse ha fretta di crescere e veder crescere il movimento, ma che almeno
apre ad una riflessione alternativa, cosa che l’orgoglio ci impedisce sempre di
fare.
Qualcun altra potrebbe proporre la giornata della “coesione
e determinazione del movimento GLBTI” poiché ha studiato che queste sono le
uniche carte vincenti delle minoranze, ma per far questo bisognerebbe comunque
abbattere l’orgoglio e farsi formichine.
Concludendo, chiamatelo come volete e perdonate questa
incursione che mette in discussione una parola da noi tanto amata, ma proviamo
per favore ogni tanto a pensare quanto tempo sprechiamo quando a guidare le
nostre azioni c’è l’orgoglio anziché il desiderio di conoscere e sapere,
anziché il sentimento di giustizia e giustezza, o almeno un po’ di
intelligenza “politica” che ci permetta di capire che quando non riesco a
“parlare chiaramente e comprensibilmente” a volte non è per mancanza di
orgoglio ma per eccesso di orgoglio e assenza di empatia.
Ho visto un
cane tutto ossigenato
Ho visto un
cane tutto ossigenato
che come il
padrone se ne stava sdraiato
guardando
per terra delle formichine
che tutte in
fila
seguivano un
tracciato.
Il cane da
bravo ariano
aspettava dal
padrone un cenno di mano
per poter
porre fine a quel lavoro disumano.
Le
formichine ben presto si resero conto
del pensiero
dell'ossigenato
se lo
mangiarono e
ripresero il
corso del loro tracciato
La giullare Chiara Cavina

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