domenica 3 maggio 2015

La sorellanza coraggiosa: non chiamiamolo (solo) "orgoglio" ...



"Chi non si muove, non può rendersi conto delle proprie catene". Rosa Luxemburg



Non chiamiamolo (solo) “orgoglio” omosessuale


Non ci sono più campanelli
sul cappello del "giullare"?
Non può neanche ironizzare
sulla sua posizione inferiore
chinandosi esageratamente
di fronte al Signore?

1994


So che probabilmente è un pensiero banale e sicuramente è una frase irritante, anche perché spesso abbiamo sentito questa asserzione da persone che non amano molto il movimento lesbico, gay e BTQI, non conoscono i moti di stonewall e tendono a non capire il perché le persone omosessuali chiedono diritti.
Ma da “Giullare”, da buffona di corte, voglio porre l’attenzione e una riflessione tra noi, su come questa dicitura sia dannosa, pericolosa e anche un po’ superficiale per indicare quanto si vorrebbe.
Il termine “pride” inteso come “sentimento opposto alla vergogna”- in Italiano tradotto come “orgoglio”- ha in sé un insidia profonda che ci portiamo (inconsapevolmente?) appresso e che rischia di creare una realtà - o peggio una profezia- che si autodetermina.
Inutile nasconderci (dopo esser uscite fuori dall’armadio) che il termine orgoglio in Italiano ha un’ accezione tutt’altro che positiva. Avete mai fatto un complimento dicendo “tu sì che sei una persona orgogliosa!”?.  Vi siete mai definite orgogliose con orgoglio? O piuttosto l’avete usata per giustificare un azione mancata? “non posso farlo … non posso perdonare … non posso chiedere scusa … sono orgogliosa!”?
L’orgoglio è un sentimento personale e ambivalente. Non è semplicemente avere una buona stima di sé, ma un eccesso di stima in sé. Non è usato, come dovrebbe, per indicare un sentimento proprio per il risultato positivo di un’azione compiuta da sé, ma spesso indica uno sconfinamento, un movimento simbiotico, in cui sono “orgogliosa” per qualcosa che neanche ho fatto io: “sono orgogliosa di te” e anche il suo contrario “non sono orgogliosa di te”.
Siamo talmente pigri nelle traduzioni dall’inglese che continuiamo a intrappolarci da sole. Un po’ come “omofobia” per designare chi discrimina le persone omosessuali. ( Lo sapete, vero, che la fobia spiega una minima parte delle azioni discriminatorie e pregiudizievoli che si mettono in atto contro le lesbiche?)
E se fosse per questo nostro ripeterci “dobbiamo essere orgogliose di ciò che siamo” che poi ci dimentichiamo che l’orgoglio contiene in sé l’incapacità di ricevere affronti e umiliazioni in modo costruttivo, un esagerato sentimento della propria dignità, dei propri meriti, della propria posizione o condizione sociale, e finisce per farci considerare superiori agli altri?
E se fosse questo nostro ribadire “sono orgogliosa” , “marciamo con orgoglio”, a non permetterci di dialogare con efficacia ? Ho quasi il sospetto che alla base delle fratture del movimento LGBTI - scissioni e incapacità a volte di mediare -  ci sia anche questa fierezza che in “fiere” ci trasforma. E identificarsi con questo sentimento non è che ci impedisce spesso di fare un passetto indietro, nonostante si sappia bene che un passo in avanti ci porterà dritte nel burrone?
Siamo nate in un contesto di matrice cattolica, che ha spazzato via e si è appropriato della cultura greca e latina, che, per esempio, ha trasformato i vizi capitali in peccati capitali. Capite come cambia il significato se intendo la superbia (orgoglio) come vizio (cioè il contrario di virtù),  piuttosto che considerarla un “peccato”? Dov’è la tanto auspicata assunzione di responsabilità di essere ciò che siamo? Di divenire ciò che vorremmo? Di rispondere delle nostre azioni di fronte agli altri senza rimandare le risposte all’aldilà (a dio)? Senza appellarci alla colpa di un difetto ma proponendoci di migliorare la nostra persona?
Con tanta facilità introiettiamo dalla primissima infanzia questa matrice cattolica, ma con estrema fatica la riconosciamo, oppure ci caschiamo sempre, buttando “il bambino insieme all’acqua sporca”.  
E quanto diventiamo  orgogliose se ci dicono che l’orgoglio è un vizio o ancor peggio un peccato? E che facciamo? ci aggrappiamo a quell’aggettivo e lo facciamo diventare bandiera.
Ma non siamo in Inghilterra, nè negli USA : in Italiano l’orgoglio è sinonimo di superbia. Inutile nasconderci dietro una parolina inglese e la sua cattiva traduzione. L’orgoglio è l’arroganza, l’incapacità di mettersi in discussione perché si è convinti di saper tutto e di fare meglio degli altri, fino a sentirsi superiori (oltretutto non essendo superiori...)
Propongo di iniziare a provare ad inaugurare una nuova stagione che ci veda più mature e adulte, sia come singole che come movimento.
Molte colleghe giullari (e anche psicologhe e psicologi) sottolineano come nel processo di costruzione della propria identità omosessuale si attraversi un processo che prevede delle fasi. Sintetizzando Cass per esempio abbiamo queste tappe:
1)      Confusione di identità: l’individuo si domanda “sono omosessuale?”
2)      Confronto di identità: l’individuo inizia a confrontare lo status etero con quello omosex e spesso soffre venendo a galla la strutturazione della società come omofoba e la sua omofobia interiorizzata
3)      Tolleranza dell’identità: l’individuo si pone nei termini “io probabilmente sono omosex” inizia a tollerarsi ma non si accetta totalmente
4)      Accettazione dell’identità: l’individuo si accetta e inizia a frequentare contesti di appartenenza
5)      Orgoglio per l’identità: “la persona scopre che può gestire l’incongruenza tra autoaccettazione e rifiuto della società rivalutando l’omosessualità come più positiva dell’eterosessualità” (Montano, p 62)
6)      Sintesi dell’identità: l’individuo è capace di coniugare l’identità omosessuale con tutti gli altri aspetti del Sé. Si cerca confronto e la rabbia diviene dialogo con gli altri.
Non mi dilungo e spero sia facilmente intuibile dove ho il timore che il movimento, e molte di noi, siano rimaste incastrate: nella fase dell’orgoglio, anche avendo superato una veneranda età.
E sono, siamo, rimaste bloccate in quella fase non tanto con l’esterno, con cui ci prodighiamo nel dialogo,  ma proprio all’interno del movimento….
“Io sono contenta di essere lesbica, non mi vergogno di esserlo e sono , Orgo…” no ragazze, cambiamo termine … io propongo : “Sono Coraggiosa”!
E Voi che ne pensate? Che altri aggettivi qualificativi potremmo usare in modo da mettere da parte quell’orgoglio che ci sta massacrando più o meno inconsapevolmente?
Propongo di inaugurare  “La giornata del Coraggio” anziché dell’orgoglio.
Perché diciamocelo, ci vuole molto coraggio a viversi per quello che si è, per continuare a rivendicare diritti e doveri, il giusto riconoscimento dei nostri amori e relazioni, e soprattutto per continuare a mettersi in discussione abbandonando l’orgoglio ma cercando una sintesi, un’integrazione partendo dall’interno del movimento.
Ci vuole coraggio per ammettere i propri errori e imparare così dagli stessi…
Qualcuna potrebbe obiettarmi che ci vuole soprattutto intelligenza e potrebbe proporre la “giornata dell’intelligenza omosessuale” …  è chi forse ha fretta di crescere  e veder crescere il movimento, ma che almeno apre ad una riflessione alternativa, cosa che l’orgoglio ci impedisce sempre di fare.
Qualcun altra potrebbe proporre la giornata della “coesione e determinazione del movimento GLBTI” poiché ha studiato che queste sono le uniche carte vincenti delle minoranze, ma per far questo bisognerebbe comunque abbattere l’orgoglio e farsi formichine.
Concludendo, chiamatelo come volete e perdonate questa incursione che mette in discussione una parola da noi tanto amata, ma proviamo per favore ogni tanto a pensare quanto tempo sprechiamo quando a guidare le nostre azioni c’è l’orgoglio anziché il desiderio di conoscere e sapere, anziché il sentimento di giustizia e giustezza, o almeno un po’ di intelligenza “politica” che ci permetta di capire che quando non riesco a “parlare chiaramente e comprensibilmente” a volte non è per mancanza di orgoglio ma per eccesso di orgoglio e assenza di empatia. 

Ho visto un cane tutto ossigenato

Ho visto un cane tutto ossigenato
che come il padrone se ne stava sdraiato
guardando per terra delle formichine
che tutte in fila
seguivano un tracciato.
Il cane da bravo ariano
aspettava dal padrone un cenno di mano
per poter porre fine a quel lavoro disumano.
Le formichine ben presto si resero conto
del pensiero dell'ossigenato
se lo mangiarono e
ripresero il corso del loro tracciato

La giullare Chiara Cavina

Nessun commento:

Posta un commento